Africa


di Donatella Moica

 

A Dakar, ci si sente come rinchiusi in una giungla sterminata, fatta di palazzi e grattacieli lussuosi affiancati alle baraccopoli che sorgono all’ombra dei grandi edifici e che, in quell’ombra scompaiono, come se non esistessero. Tutti sanno che ci sono, tutti sanno chi ci abita, ma fanno finta di non sapere. E così le persone delle slum non esistono per nessuno, talvolta nemmeno per sé stesse. Sono come fantasmi che emergono dal buio quando servono a spaventare qualcuno o a fare un lavoro “sporco”. Sul mare però ci si sente liberi, le ossa riacquistano le proprie carni smunte e lorde, e si ritorna vivi. Il riverbero del sole rivela magie che sono di tutti e per tutti, non solo per chi comanda o decide.

 

La domenica porta sempre il suo bambino al mare, in ogni stagione. Mangiano lì e si fa raccontare la sua settimana alla scuola dei preti bianchi. I suoi progressi nella musica. Agu, quando parla della musica ha le stesse luci del mare, negli occhi. Prima suonava solo le pentole, scatole e qualunque altra cosa si potesse percuotere. Ora sta imparando a leggere la musica e a suonare la chitarra. Lei qualche volta va a sbirciare a scuola, senza essere vista, per poterlo ascoltare.

 

Ora, Agu gioca con altri bambini sulla spiaggia. Il profumo del mare è così intenso, così solido che sembra di poterne fare parte. Suo padre le parlava sempre della grandezza dell’Oceano, padre di tutti loro. Questo, quando ancora le voleva bene e aveva stima di lei. Si ricordava bene il giorno che se ne era andata dalla casa di suo padre con quel bambino nel pagne. Lui le aveva detto: «se esci, non tornare.». E così aveva fatto, non era tornata. Le aveva insegnato tutto quel padre, a sopravvivere, a trovarsi da mangiare ascoltando e chiedendo a Madre Natura. Ma lì, a Dakar, la natura era un po’ assente. Si era dimenticata dei suoi figli. Suo padre non avrebbe mai accettato quella frase. Avrebbe risposto che la Natura non si dimentica mai di noi, siamo noi che dimentichiamo lei. Era un capo, lui. Non un capo di quelli moderni che lo erano diventati con i voti o con le minacce, era un capo naturale, uno sciamano. Una di quelle persone che conoscono i cicli naturali, che guariscono, che parlano con gli spiriti. Quelli che sanno dove si trova la porta per l’”Altro Mondo”. I suoi avi erano stati tutti sciamani ed ogni primogenito si portava dietro quel potere o maledizione, dipendeva dal punto di vista da cui lo si guardava, come tutto… Uno sciamano non poteva sottrarsi alla chiamata. Imparava l’arte del guarire il corpo e lo spirito. Suo padre era uno sciamano moderno, rispettato persino dal dottore e dal prete del villaggio. Le sue cure funzionavano perché più che agire sul sintomo come facevano le medicine occidentali, si prendevano cura dell’uomo guardando all’armonia (o disarmonia) tra lui, il male fisico o psichico, la famiglia, la comunità e la natura. In Africa, ad ogni malattia veniva ancora attribuito un significato ed il suo insorgere spezzava l’equilibrio interno all’organismo e quello dell’uomo con il suo strato sociale. Uno e tutto.

 

Suo padre non aveva avuto figli maschi. Lei era l’ultima di sette figlie. Era nata al settimo mese e si era attaccata alla vita con la tenacia dei suoi due chili di carne fragile e di occhi grandi. Suo padre ne aveva dedotto che gli spiriti avevano scelto lei per tramandare la magia. Ma lei, non era mai stata molto convinta, nonostante i sogni che rivelavano morti e tragedie, così reali che lei, spesso, ne era terrorizzata. A quattordici anni aveva sognato la morte di sua madre. Era stata ammazzata in spiaggia tre mesi più tardi mentre cercava di vendere souvenir ai turisti. Uccisa da quelli che imbracciando le armi credevano di punire gli infedeli e diffondere l’amore per il loro dio. Dopo quell’evento, aveva rifiutato la magia e suo padre le aveva lasciato il tempo per riprendersi. Lei, però, non si era ripresa. Voleva una vita normale… senza sogni e senza morti. Aveva cominciato a lavorare la terra come tutti gli altri nel suo villaggio. La sua famiglia era povera, ma non avevano mai avuto fame. Coloro che venivano a richiedere i servizi dello sciamano erano prodighi di doni, un pugno di riso, due patate, un pezzo di stoffa, ma questo solo quando era necessaria una predizione veramente importante e non per un unguento o per un pasticcio di erbe da bere. Denaro no, mai. La magia non deve essere pagata. Lei era, comunque, felice in quel posto. Fino a quando non era nato Agu. Allora aveva cominciato a “vedere” un luogo diverso per suo figlio e per lei. Suo padre non aveva approvato. Uno sciamano rimane con il suo popolo, perché così hanno deciso gli spiriti. Quei poteri non servono per sé stessi ma per il bene degli altri, della comunità e della natura.

L’ultima volta che aveva visto suo padre era a Dakar.

 

«Così, è in questa topaia che sei venuta a vivere?»

Lei lo aveva guardato con aria di sfida, le aveva sempre fatto paura quell’uomo forte, coraggioso e saggio. Ora, però, i loro pensieri si erano allontanati e lei doveva pensare soprattutto a dare un futuro a suo figlio. Un futuro che non avrebbe potuto avere, in Africa. Sapeva benissimo che lo slum di Dakar non era il posto più bello del mondo, ma era il luogo in cui avrebbe potuto guadagnare i soldi che le servivano per portare a compimento il suo progetto.

Aveva risposto solamente: «Come mi hai trovato?».

«Lo sai benissimo come. Me lo hanno detto loro. Come fai a pagare questo posto? Hai venduto la magia?».

«Non ho venduto la magia».

Si era guardato intorno, ascoltando il luogo, le tracce, gli odori e gli spiriti che raccontano. I suoi occhi si erano trasformati in perle di rabbia quando aveva capito: «Fai questo davanti a mio nipote?».

«No. Solo quando è a scuola…» Lo aveva guardato cercando comprensione in qualche modo, anche se sapeva che non gliel’avrebbe data. Quando lo vide sedersi sul cuscino, stanco di troppi anni di battaglie, si rese conto che qualcosa non andava.

«Ho visto ciò che vuoi fare. Cosa pensi di trovare oltre il mare? Credi davvero che lì ci sia la terra promessa, che ci sia il futuro che sogni?».

 

Era caduta in ginocchio, accanto a lui. Non lo aveva mai visto così abbattuto in tanti anni in cui aveva combattuto contro la profanazione della terra, contro la violenza, contro la fame, contro la perdita delle tradizioni del suo popolo. Poi aveva parlato con gli occhi rivolti all’indietro, senza guardarla, con una voce rauca, non solita: «Ci sono onde, tragedie e morte… molta morte. Non portare Agu laggiù. Non troverai niente di quello che pensi di trovare». «Don Pietro ha detto che Agu ha un grande talento con la musica. Che può diventare un musicista vero e avere una vita diversa da quella che abbiamo sempre fatto noi. Gli sta insegnando a leggere la musica. Anche io ho visto. Ho visto un futuro migliore per lui. Il futuro da musicista che sogna. L’ho visto su un palco con molte persone che applaudono…».

 

«Tu non vedi, figlia. Tu sogni. Tu immagini di vedere il futuro che desideri per tuo figlio. Ma quando i desideri diventano troppo forti offuscano la mente e non si riesce più a guardare la realtà. Agu ha talento con i tamburi, come lo abbiamo sempre avuto tutti nella nostra famiglia. Abbiamo sempre utilizzato i tamburi per trasferirci nell’aldilà, per parlare con gli spiriti. Non gli serve a niente saper leggere dei segni su un foglio, per suonare i tamburi sacri. Saprà farlo, come serve, al momento opportuno. Ora ha solo otto anni.» Aveva respirato profondamente. «Tu, come tanti africani, pensi che l’Europa sia in grado di sfamarti, di vestirti, di accoglierti. Pensi che l’Europa cambierà il tuo destino. Non comprendi che è qui che occorre cambiare il nostro destino. E’ qui che dobbiamo combattere perché le nostre terre siano pagate quanto valgono, perché non vengano abbattuti i boschi lasciando libero il passo all’inaridimento del suolo e alla desertificazione. E’ qui che occorre far sentire la nostra voce chiedendo salari che consentano alle famiglie di non patire la fame. Qui che dobbiamo chiedere scuole per i bambini, acqua per accudire gli animali. È qui che dobbiamo ritrovare l’equilibrio con Madre Terra. Qui dove tutto ha avuto inizio, qui dove l’uomo è nato, qui da dove gli è stato concesso di partire.»

I suoi occhi erano pieni di lacrime. Sapeva che lei non gli avrebbe dato ascolto, ma non poteva non provarci. Ora era un padre disperato e non un uomo di magia.

 

Le ci era voluto parecchio per mettere da parte tutti i soldi ed affidarsi a quella gente. Avevano fatto un viaggio lungo, quasi sempre di notte, a bordo di camion o a piedi. Cambiando spesso sorveglianti armati e senza scrupoli, perdendo molte vite, soprattutto di bambini e bambine che non ce la facevano o che sparivano senza sapere dove li avrebbero portati. Allora i pianti sommessi delle madri si spandevano nell’aria per giorni e per notti, fino a quando non tacevano per sfinimento o perché gli veniva imposto con le armi. Allora era Madre Terra a piangere per loro, era il vento, era il sole, era la luna, erano le stelle. Lo strazio continuava a sentirsi nelle orecchie ed accompagnava ogni passo attraverso la terra arida, attraverso il deserto. Dopo un lungo viaggio erano arrivati in Libia. Pensavano che ormai il calvario fosse finito, che si sarebbero imbarcati. Ma non era così. Li avevano rinchiusi in quel luogo buio per settimane, forse mesi. Avevano peso il conto dei giorni, tutti uguali. Uomini armati portavano loro cibo e acqua, solo di notte e solo poco che non bastava per tutti e si scannavano anche tra di loro per bere un po’. Non c’erano più amici, non c’erano più alleati nella guerra per la sopravvivenza. Avevano ordinato di stare zitti e non fare rumore, sennò li avrebbero ammazzati. Dovevano aspettare in silenzio il loro turno di partenza. Erano stipati come bestie. A volte la notte arrivavano all’improvviso, li prendevano a calci e poi ne facevano uscire una parte. Allora tutti spingevano, cercavano di infiltrarsi per partire prima. Ma erano loro a decidere e se discutevi ti sparavano in testa. Tanto i soldi li avevano già presi. Avrebbero anche potuto ammazzarli tutti, si era detta, ma sperava che non succedesse. Gli altri avevano capito presto di avere a che fare con una dai poteri straordinari ed allora chiedevano aiuto. Lei faceva quello che poteva, consolava e incoraggiava soprattutto. La verità era che, sebbene le chiedesse, non riceveva più informazioni dagli spiriti e, nemmeno, da suo padre, al quale invece era, sempre, stata unita telepaticamente. Era sola. Sola con la sua scelta di madre, ma non pensava che il prezzo da pagare fosse così alto. Agu si era trasformato da un bambino allegro e sorridente, in uno silenzioso e oppresso dalla paura. Non chiedeva spiegazioni, aveva accettato le scelte di sua madre di cui si fidava ciecamente.

 

Poi venne il loro turno. Vennero sbattuti fuori dalla capanna e portati silenziosamente sul mare. Era un mare grande e nero come il petrolio. Erano tantissimi sopra il gommone, tutti attaccati l’uno all’altro. Un uomo che aveva cominciato il viaggio con loro guidava. Agu non parlava più. Lei e suo figlio sapevano nuotare, ma la maggior parte degli altri no. Tutti indossavano dei giubbetti salvagente. Procedevano piano, con il piccolo motore fuoribordo che si guidava con una mano. Stavano tutti zitti a guardare le stelle sopra di loro e salutare la loro terra, forse per sempre. Ognuno con una gioia segreta ed una speranza diversa in cuore.

 

Erano già lontani dalla costa quando era cominciato il vento. Prima era una brezza leggera che faceva quasi piacere, attaccati com’erano gli uni agli altri. Poi il vento si era fatto più violento e lentamente la barca aveva cominciato a muoversi in alto e poi in basso, seguendo il movimento del mare e delle onde che il vento aveva generato. Gli schizzi arrivavano fin dentro la barca e l’acqua non se ne andava. Erano bagnati. Erano troppi. Avevano paura. Cominciarono ad agitarsi. Qualcuno si era alzato. Un rumore, uno scroscio forte. Qualcuno era caduto in acqua. Urla di donna. L’avevano strattonata. Dov’era Agu? Aveva paura. Dov’era suo padre? dov’erano gli spiriti degli avi? Le onde erano sempre più grosse. Le veniva da vomitare. Finalmente la mano di suo figlio. Erano stretti insieme, ma gli altri gli stavano sopra. La barca non aveva più nessun controllo. Continuava a sputare fuori corpi che urlavano e poi tacevano tra le onde. L’acqua era salata e aspra, in bocca. Erano caduti anche loro, ma non si erano lasciati, le mani allacciate come se fossero saldate. Le onde li portavano in alto e in basso. La barca non c’era più, c’erano solo teste di uomini, donne e bambini che cercavano di stare fuori e come al bowling, ad ogni onda, qualcuno non si rialzava, come un birillo morto… strike!

 

Lei si ricordò delle sue visioni. Di quando aveva visto suo figlio suonare i tamburi sopra un palco, diventare famoso, conosciuto in tutto il mondo, ricco di gloria e di soldi. Lo aveva visto ridere felice. Non poteva essersi sbagliata. Era certa che ce l’avrebbero fatta. Non poteva finire tutto quella notte, così. La costa era vicina, ne aveva la certezza. Strinse più forte la mano di suo figlio e si accorse solo allora che era troppo morbida, come arresa e poi le vide, vide quelle luci. Tra le onde c’erano delle luci. Provò a nuotare verso di loro, trascinandosi il suo bambino floscio. Incoraggiandolo a non perdere la speranza, spronandolo a nuotare. Le luci erano sempre lì tra le onde. Si mostravano, poi sparivano di nuovo, poi si mostravano e sparivano ancora. Erano lì, ne era sicura… ne era sicura. Dovevano essere lì. Perché non venivano a salvarli? Le lacrime erano più salate del mare… le luci cavalcavano le onde… si nascondevano dietro le onde… tornavano… poi sparivano di nuovo… non era più sicura di vedere le barche… non era più sicura che quelle luci fossero veramente le barche dei soccorritori o fossero solo le luci di un sogno che aveva fatto…

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