Alexander


Racconto breve, a cura dello scrittore Andrea Bindella

 

“Mamma, perché papà è così strano? È passata una settimana da quando è tornato dalla città e ora non sembra più lui. Perché, mamma?” chiese Alexander.

“Papà non è strano, ha solo passato una brutta settimana e ha un po’ di febbre. Stai tranquillo, vedrai che fra qualche giorno tutto tornerà come prima. Perché ora non vai a chiamarlo? È quasi ora di cena” rispose Joséphine, mentendo. Neanche lei sapeva più cosa pensare del marito.

“Certo, mamma. Vado subito”.

Alexander aveva quattordici anni, era già alto un metro e settanta ma ancora magrolino. I capelli biondi gli arrivavano alle spalle; la carnagione era chiara come quella della madre e gli occhi neri come la pece. Salì al piano superiore, dove c’erano le camere da letto, per svegliare il padre.

Al piano terra, un rumore proveniente dall’ingresso destò Joséphine dai propri pensieri.

Bussarono ancora.

“Chi sarà a quest’ora?” pensò la donna. “Chi è?” chiese, prima di aprire.

“Sono un amico di Ricardus, signora. Sono venuto a vedere come sta, mi hanno detto che da parecchi giorni non si sente bene” rispose una voce maschile, dall’altro lato della porta.

Joséphine aprì e trovò sulla soglia di casa un uomo enorme, ancora più imponente di suo marito. Nonostante lei fosse alta, quell’uomo lo era molto di più e per un attimo si sentì schiacciare da quella figura tenebrosa e gigantesca.

“Prego, si accomodi. Ricardus scenderà a momenti. Si fermerà a cena con noi, signore?” chiese con un filo di voce tremante.

“A cena? Volentieri!”.

La voce profonda dell’uomo scosse la donna fin dentro l’anima.

Un brivido le percorse tutta la schiena.

Joséphine fece qualche passo verso la cucina, dando le spalle al forestiero; nel frattempo, Alexander stava scendendo le scale per informare la madre delle condizioni del padre.

“Mamma, mamma! Non riesco a svegliare papà! Ha la fronte ghiacciata e non si muove”.

La donna, all’improvviso, cadde in ginocchio, portandosi le mani alla testa, e iniziò a urlare per la paura. Dopo qualche secondo anche Alexander cadde a terra, urlando e piangendo: delle immagini demoniache li stavano terrorizzando.

“Umani, è troppo divertente sconvolgergli la mente! Visto che mi hai invitato a cena, donna, credo che mangerò”. L’uomo sogghignò, si avvicinò a Joséphine, l’afferrò per i capelli e l’ammonì: “Urla, donna, non farmi arrabbiare”. Scoppiò in una risata mefistofelica.

Joséphine era scoppiata in lacrime, non capiva cosa stesse succedendo, continuava ad urlare per la paura come non le era mai capitato prima. Nella sua mente, distorta dalle allucinazioni, vedeva dei demoni e altre strane creature che la chiamavano per nome.

L’uomo la prese per la gola con una mano; con l’altra le piegò la testa di lato e l’azzannò al collo, senza pietà. La donna cercò di divincolarsi, ma invano; quella strana creatura era riuscita ad immobilizzarla e a poco a poco le forze le vennero meno.

Il vampiro bevve a sazietà, fino ad ucciderla.

Prima di lasciarla sul pavimento, decise di devastarle il corpo con le unghie delle mani, proprio come avrebbe fatto un animale.

Alexander, nel frattempo, era svenuto per la paura. L’uomo lo raccolse da terra e lo portò al piano superiore. Aprì le porte delle varie stanze fino a trovare Ricardus, che giaceva disteso su un letto; sembrava stesse dormendo.

“Che idiota. Scommetto che è una settimana che non si nutre” sbottò l’uomo, vedendolo in quelle pessime condizioni.

Si avvicinò a Ricardus: con i propri denti lacerò il polso del ragazzo, con una mano aprì la bocca dell’uomo e vi lasciò zampillare dentro il sangue del figlio ancora svenuto. Passarono una decina di minuti e anche Alexander spirò. L’uomo misterioso riservò al corpo del ragazzo lo stesso trattamento della madre.

Ricardus, inconsapevole, inghiottì tutto ciò che gli venne messo in bocca. Era troppo debole per muoversi ed era troppo intontito per rendersi conto di cosa stesse accadendo. La mancanza di nutrimento lo stava portando lentamente alla morte.

Quando riuscì ad aprire leggermente gli occhi, vide un volto familiare.

“Tu sei l’uomo che mi ha salvato nel bosco!” farfugliò Ricardus.

“Sì, sono passato a vedere le tue condizioni, sia fisiche che mentali”.

“Non sto molto bene, sono molto malato. Però ti ringrazio per aver provato a salvarmi la vita. Come ti posso chiamare, buon uomo?”.

“François”.

“François?”.

“Sì, ora riposa. Ho come l’impressione che ci rivedremo presto”. Sogghignò.

François uscì dalla stanza, chiuse la porta e tornò al piano terra, portando con sé il corpo devastato del ragazzo, che scaraventò in un angolo della stanza come un sacco di patate. Si guardò intorno e scosse la testa contrariato.

“C’è troppo ordine in questa casa”. Scoppiò in una grassa risata.

Il vampiro prese l'attizzatoio del camino e ruppe tutto quello che si potesse rompere.

“Ora va molto meglio!”. Uscì dalla casa sbattendo la porta dietro di sé.

Ricardus, invece, rimase disteso nel letto e dopo qualche minuto ripiombò in un sonno senza sogni.

 

Il sole tramontò e il gigante aprì gli occhi.

“Che incubo, che ho fatto! Non riuscivo a muovermi e stavo morendo di fame”. Si stiracchiò e si alzò dal letto.

Il corpo gli doleva, ogni singolo muscolo era indolenzito. Si guardò intorno: era tutto buio, ma lui riusciva a vedere bene, come se fosse giorno. Nella casa regnava un silenzio surreale.

“Sogno o sono sveglio?” si chiese, spaventato.

Un forte odore di sangue lo scosse, si rese conto di avere il pigiama sporco e lo era anche il cuscino. C’erano macchie rosse ovunque. Aprì la porta della camera da letto e si diresse verso le scale. L’odore di sangue e morte si fece più intenso. Un lampo di paura gli attraversò la mente.

“No!” urlò. “Joséphine! Alexander!”.

Scese le scale correndo, inciampò nell’ultimo gradino e andò a sbattere con la testa contro il muro in pietra dell’abitazione, procurandosi, così, una ferita molto profonda. Quasi non se ne accorse; la paura stava avendo il sopravvento su tutto. Intanto, dalla ferita iniziò a uscire molto sangue che finì per ricoprirgli il volto; dopo alcuni secondi la ferita si rimarginò da sola. L’uomo passò il dorso della mano sulla fronte: il sangue gli colava negli occhi, ma lui, noncurante del taglio, continuò a camminare per la stanza. Gli occhi gli si riempirono di terrore: i corpi di Alexander e Joséphine erano stati massacrati e giacevano immobili sul pavimento.

“Noooooo!” urlò, scoppiando in lacrime. “Che io sia maledetto, che cosa ho fatto?”.

Il gigante si guardò intorno in cerca di qualcosa. Si diresse in cucina, prese un coltello e si tagliò di netto la gola.

“Non merito di vivere” farfugliò, sputando sangue.

Con uno scatto della mano, si piantò il coltello nel cuore; cadde a terra sulla schiena, urlando per il dolore. Il sangue usciva copioso dai tagli, ma durò solo qualche istante, poi le ferite si rimarginarono da sole.

“Cosa sono diventato? Dio, cosa mi hai fatto?” urlò rabbioso, piangendo.

Qualcosa di primordiale e istintivo lo costrinse ad alzarsi dal pavimento. Una sete accecante gli offuscò la mente, impossessandosi della sua volontà. Con uno scatto corse verso la stalla, entrò muovendosi come un felino. I vitelli iniziarono a muggire terrorizzati. Con un balzo, piombò su uno degli animali e affondò i canini nel collo della povera bestia. Bevve a sazietà e la sete, lentamente, scomparve. La mente gli tornò lucida, delle lacrime tornarono a solcargli il volto.

“Sono diventato un mostro. Uno scherzo della natura!”.

Non osò tornare in cucina; i corpi dei propri cari lo terrorizzavano. Passò il resto della notte accucciato in un angolo, con il corpo scosso dai singhiozzi causati dal pianto incessante.

Il sole iniziò a fare capolino; istintivamente, Ricardus si infilò sotto il cumulo di paglia presente nel fienile e si addormentò.

 

Il sole scomparve dietro l’orizzonte.

Ricardus aprì gli occhi, uscì dalla paglia e si avvicinò a un vitello. Lo guardò dritto negli occhi: l’animale iniziò a tremare come una foglia, senza poter scappare, rinchiuso in quella stalla dalle pareti in pietra. Il vampiro lo afferrò con forza, mettendo fine alle sue sofferenze: lo azzannò e si nutrì. Con la pancia piena, Ricardus prese la decisione di seppellire i propri cari. Li avvolse in lenzuola bianche, portò i loro corpi nel bosco e scavò due fosse molto profonde. Li abbracciò un’ultima volta, depose le salme sul fondo della buca e poi le ricoprì con la terra.

Pianse nuovamente tutta la notte.

Nei giorni successivi provò ancora, inutilmente, a togliersi la vita. Ogni tentativo gli procurava dolore fisico, ma le ferite guarivano quasi istantaneamente. Passò qualche settimana e Ricardus continuò a nutrirsi soltanto con il sangue degli animali della fattoria e tornò, quindi, a stare male. Ogni giorno si sentiva più debole, ogni giorno la sete era più forte. Quel sangue non riusciva più a nutrirlo. Passarono quasi due mesi, gli animali della fattoria erano finiti, Ricardus non aveva più le forze neanche per muoversi però, dentro di sé, era felice: forse, questa volta, sarebbe morto; finalmente.

 

Il sole scese nuovamente dietro l’orizzonte. Ricardus riuscì a stento ad aprire gli occhi; era sicuro che non ci sarebbe stato un domani.

“Sei un’allucinazione dovuta alla fame?” chiese, fissando il volto di François.

“No, idiota. Sono proprio io. Non hai ancora capito che devi nutrirti con il sangue degli umani?”. Sembrava disgustato dalla stupidità di suo figlio.

“No! No! Non posso ucciderli. Non voglio!” cercò di urlare Ricardus.

“Smettila di fare la femminuccia, avrei fatto meglio a lasciarti morire”.

François prese un pugnale che teneva nella cintura dei pantaloni, si tagliò il polso e costrinse Ricardus a bere il proprio sangue.

“Nutriti idiota, vedrai che dopo starai meglio”.

Ricardus, con lo stesso istinto di un bambino appena nato che succhia il latte dal seno materno, iniziò a bere dal polso del padre.

“Bravo, figlio mio, vedrai che ci divertiremo insieme”. Sogghignò.

Passarono alcuni minuti; François tolse il polso dalla bocca di Ricardus e uscì dalla stalla per tornare subito dopo con una donna, legata e incappucciata.

“Forza, dimostrami la tua obbedienza. Nutriti e torna in te, abbiamo del lavoro da fare” ordinò al figlio.

“Sì, padre. Farò quello che mi chiedi. Non posso ucciderla, però. Non voglio!” tuonò Ricardus.

“Fallo o sarà peggio per tè” rispose con voce grave e profonda François.

Ricardus, come una marionetta, si alzò di scatto e si gettò sulla donna, azzannandola alla gola. La poveretta tentò di liberarsi, tirando calci e pugni, ma il corpo del gigante era troppo pesante, non riuscì a divincolarsi e dopo una decina di minuti il cuore le si fermò. Ricardus smise di bere, si alzò in piedi e guardò François in cagnesco.

“Sei contento ora?” urlò. “Mostro!”.

Il vampiro si scagliò contro il padre, ma quando fu a pochi centimetri da lui, cadde in ginocchio.

“Bravo, ragazzo” sussurrò François, accarezzandogli la testa. “Saremo ottimi amici, vedrai”.

Ricardus provava rabbia verso quell’essere, ma il corpo non rispondeva alla sua volontà; qualcosa lo costringeva a comportarsi in quello strano modo.

“Alzati, fratello. Andiamo a casa mia. Sei pronto a iniziare una nuova vita?” chiese François, gongolando.

“Non ho possibilità di scelta, padre. Ho provato a uccidermi, senza successo. Non mi resta che seguirti e abituarmi a tutto questo” rispose, tristemente.

“Non prenderla così male, figlio mio!”. Gli diede una pacca sulla spalla. “Vedrai che ti farò morire dal divertimento”. Scoppiò in una risata che si trasformò in un ghigno pochi secondi dopo. “Non era divertente?”.

“Ehm…certo padre”. Accennò una breve e falsa risatina.

“Ci divertiremo io e te, ne sono sicuro. Andiamo, altrimenti rischiamo di non arrivare in tempo”.

Salirono sui due cavalli che aveva portato François e partirono, scomparendo nel fitto bosco.

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