Due vite a metà


Interviste e analisi

a cura di Vincenzo Calò


L'intervista

 

 

Benvenuti! Allora un libro può far divertire e riflettere al contempo, anche trattando temi drammatici?

Walter Fabbri: Direi di sì, non è detto che la trama drammatica del romanzo  possa impedire inserti o situazioni divertenti magari scritte di proposito  per alleggerire la tensione e dare un po' di tregua al lettore.

 

Ci sono scrittori od opere da cui avete tratto riferimento o spunto?

W.F. : Assolutamente no.

Daniele Spizzico: La vita, come la fantasia, riserva tante belle sorprese e chiaramente anche meno belle. Il senso dell’umorismo, come lo sconforto o l’imprecare, sono "espressioni o manifestazioni di vita quotidiana”, quindi assolutamente auspicabili e condivisibili in un romanzo. Tutto ciò che è “emozione”, tutto ciò che è “vita” deve essere o può essere contenuto in un Romanzo… il divertirsi, il far ridere, il fare emozionare e il far piangere. Io amo Franz Kafka e Herman Hesse, autori di immensa valenza e di profondi contenuti. Forse mi sono voluto ispirare un po’ al loro stile, senza premeditazione.

 

Arte e Letteratura sono un tutt’uno? Questo modo di comporre, in coppia, può far tendenza, e se sì perché?

W.F. : No, a mio parere Arte e Letteratura non sono un tutt’uno… non confondiamo i ruoli, ci sono svariate forme di arte e ognuna ha il suo campo e ruolo ben preciso. Se poi un attore e uno scrittore fanno un romanzo insieme, o un compositore e un pittore dipingono una tela insieme, può essere solo la voglia di intrecciare due forme d’arte. Non vedo gli estremi per far tendenza.

D.S. : Se fa o farà tendenza non lo so, sta di fatto che non siamo né i primi né gli ultimi… forse un po’ di nicchia, anche perché è una grossa fatica mediare un’ulteriore fatica. Non avvalendoci di grossi mezzi editoriali, e soprattutto di “ghostwriters”… è un lavoro tutto fatto in “casa”, anche le baruffe, sono autentiche, quindi vi lascio immaginare. Farsi ipnotizzare e resettare il cervello, beh, vi assicuro che è una gran bella fatica, ma che soddisfazione!

 

C’è stato un momento in cui vi siete detti “Non riusciremo a finire questo libro”, e se sì l’avete superato da scrittori o da lettori (fermo restando che i ruoli si possano distinguere!) ?

W.F. : Ci sono stati momenti di stanchezza, intoppi al proseguo della trama… Dany non è uno scrittore, quindi gli ho perdonato molto, anche se in certi casi lo avrei mandato volentieri a quel paese…! Ma non ho mai pensato di abbandonare il progetto.

D.S. :  Aivoglia!!! Come no, ci siamo accapigliati come 2 iene che vogliono contendersi il loro pasto, in maniera costruttiva. Far valere le proprie ragioni in ambito di confronto è sacrosanto, il successo è far valere le proprie ragioni fondendole con quelle dell’altro/a. Da scrittori che danno importanza a quello che scrivono, cercando di scrivere quello che in realtà vorrebbero leggere, delineando un percorso che si interseca con la fantasia di lettore con la tecnica di  scrittore.

 

Il lettore medio è in grado di esprimere un giudizio illuminante?

W.F. :  Si, un lettore medio sì, è anche un suo diritto.

D.S. : Non saprei… in un’epoca così confusionaria, globalizzata e mixata, anche le pulci hanno la tosse, e come è fastidiosa!

 

Quale bene materiale va e viene prepotentemente caratterizzando le vostre vite?

W.F. : Questa è una domanda molto complessa, cercherò di sintetizzare: nella mia vita il bene più prezioso che la caratterizza racchiude sentimenti, sogni, amori, arte, natura e un’infinità di altre cose, ma un solo nome: Libertà.

 

Le emozioni devono diventare per forza indimenticabili?

W.F. : Assolutamente no, appena sei stato protagonista di un’emozione, cercane subito un’altra superiore alla precedente… altrimenti sei fregato.

D.S. : Posso parlare solo per me. Io sono un intuitivo, un “mezzo impulsivo”, un passionale ma a volte anche un “controllato e controllante”… questa miscela esplosiva di passioni, rendono la mia vita molto tribolata emozionalmente , ma anche tanto variopinta e controversa.

 

Che significa oggi fare carriera? Meglio ritenersi prede o cacciatori nella quotidianità?

W.F. :  Per molti fare carriera significa sicurezza finanziaria, l’auto più grande di quella del vicino, ferie in luoghi VIP… per me fare carriera significa conoscere me stesso e poter aiutare chi ne ha bisogno, scoprire quale potenzialità ognuno di noi ha dentro di sé e tirar fuori il meglio. Meglio essere se stessi sempre.

D.S. :  Mai eccedere in nessuna delle due accezioni, serve eccome intercalarsi nei due ruoli, per capire come non doversi invischiare troppo in una o nell’altra cosa.

 

Non bisogna assolutamente perdere tempo a sistemare una condizione di psiche?

W.F. : Direi invece che è importantissimo l’equilibrio interiore.

D.S. : Ognuno cura le proprie psicosi come può, mai prendersi troppo sul serio, mai tener troppo conto di quello che dicono gli altri. Per quanto mi riguarda, mai smettere di credere ai propri sogni… a volte non ci rimane che questo.

 

Se vi tornasse comoda un’epoca storica, quale è quella che scegliereste?

W.F. : Il secolo scorso.

D.S. : Io personalmente nell’Alto Medioevo, in pieno processo “alchemico”.

L'analisi

 

“Due vite a metà”, MonteCovello Ed.

Walter e Davide sono i principali personaggi di questo romanzo, che disponendo di due caratteri diversi si congiungono ugualmente per mezzo di un determinato contesto, come se predestinati a vedersi per una svolta essenziale invocata dalle singole esistenze di ambedue.

Incravattato fino all’esaurimento di quanto si prefiggeva, Davide chiedeva a vuoto quello spazio temporale di solitudine per adattarsi all’atmosfera di contro a primo impatto, come un essere a dire il vero piccolissimo, prossimo a venire liquidato.

 

Nel frattempo, il buon vecchio Walter si ritrovava chiuso in un ascensore, con l’imbarazzo tipico di chi aveva pestato una merda, ad asfissiare gli altri senza volerlo assolutamente… degl’individui che si lanciavano sguardi a vicenda per fulminare l’artefice di cotanto disagio!

In questo racconto, il pensare a se stessi comporta quella quiete per sopravvivere, ma dimenticando di vivere… come a dover sapere qualcosa sì, ma non riuscendo a evitare che si commettano sciocchezze.

 

Davide voleva superficialmente che sua madre intendesse come se nulla fosse il momento che il figlio stava attraversando, assecondandolo nell’obiettivo che si prefiggeva perfettamente, sovrumano.

Non a caso Walter era solito combattere delle maschere deplorevoli, indossate da benemeriti ipocriti per fare una bella, lussureggiante figura.

Era giunto il momento oramai di curare la propria condizione psicologica, alquanto sintomatica in negativo, a cominciare dalla benedetta acquisizione della vettura dei suoi sogni, un atto che si concretizzò nonostante episodi incresciosi se non a dir poco drammatici; quali il distacco dalla moglie, per cercare disperatamente di assistere il fratello, Stefano.

 

Certamente si trattava di un’iniezione di fiducia questo bene materiale che lo trasportava in un luogo d’altura per dimorare quant’egli voleva al fine di recuperare le forze.

Davide non sapeva reggere quanto ingurgitava, un qualcosa di proibito, incentivabile a forza di pressare coi tempi la comprensione, di non accorgersi di stare a respirare… di poterlo fare a pieni polmoni e almeno una volta in tutta spontaneità!

 

Al contrario di Walter, che stava ora assimilando questa dote naturale come un montanaro lesto a scorgere delle presenze estranee, di una bestialità tutta da smussare, senza dare più adito alle ambiguità.

Da bambino Davide s’incantava alla vista di un insieme di persone che non potevano fare altro che eseguire gli ordini di papà, e ringraziarlo; essendo stato inoltre vittima di un caso di pedofilia, quando frequentava la Chiesa.

 

Walter per fare i conti con l’attualità, e di conseguenza col suo sistema nervoso spiritualmente pretendeva la solitudine, della sana libertà d’espressione, per autenticare dei gesti, persino di solidarietà.

Eh già, con quello stesso oggi in cui Davide era sprofondato usando violenza fisica e psicologica a danno di ragazze talmente traumatizzate da voler farla finita e realizzando così il più intollerabile dei gesti.

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