Il mio cuore giace fra queste macerie

Chiara Cianci

 

Capanne di Marcarolo, 30/10/1945

 

Giunto a destinazione, aprì lentamente lo sportello della propria auto e, poggiato un piede a terra, un tonfo sordo riecheggiò per quel territorio fantasma; lì, fra quelle macerie, aveva lasciato il suo cuore da ormai più di un anno.

Dopo un attimo di esitazione, Amilcare trovò finalmente il coraggio di guardare quel luogo, la tomba del suo dolore più grande; alla vista di quelle rovine, si sentì quasi cedere le gambe.

Osservò le sue mani: il solo fatto di essere ancora vivo, paradossalmente, era la peggior punizione che il Creatore avesse potuto mai infliggergli. Era condannato a non dimenticare.

Quei ricordi erano ancora troppo vividi in lui, sembravano fotografie che non volevano conoscere la corrosione del tempo.

Fissò intensamente quello scenario, laddove un anno addietro non c’erano altro che mucchi di cadaveri mutilati. Lì, durante quella strage, la rivide per l’ultima volta; lei era stato il suo amore più grande, quello che rapisce l’anima una sola volta nella vita… e poi mai più.

 

 

Genova, 9/06/1940

 

Riposte in ordine le lenzuola, Gisella si sedette sul bordo del letto e osservò suo marito mentre dormiva placidamente; gli sfiorò una gota, quasi volesse rendere eterno quel gesto, che valeva più di qualsiasi amplesso.

Sentiva dentro di sé che, probabilmente, quella sarebbe stata la loro ultima notte di passione, quindi rimase sveglia, per non sprecare nemmeno un attimo di quelli che la vita le concedeva ancora per godere del suo Amilcare.

Distrattamente, il suo sguardo cadde sullo specchio che le era di fronte: il suo viso era ormai molto scavato, e i lividi sulla sua pelle bianca non riusciva più a coprirli con della semplice cipria. Si chiedeva se il marito fosse troppo preso dalla sua imminente missione e dal desiderio di combattere per la patria per non accorgersi del suo lento cambiamento. Da un lato, però, si sentiva sollevata; evidentemente la trovava ancora attraente…

A interrompere quel suo soliloquio interiore, fu il tatto morbido di Amilcare contro il suo dorso: pareva la esplorasse, quasi fosse una donna mai veduta prima di allora; era questo ciò che la spingeva a rimanergli fedele anche con la mente… il sentirsi unica ai suoi occhi.

Era doloroso pensare a quello che sarebbe potuto accadere, da allora in poi; quel che contava era che Amilcare vincesse la sua battaglia e non avesse ulteriori preoccupazioni.

«Gisella, non dormi? Guarda che sono appena le due di notte… — All’improvviso, Amilcare notò un livido violaceo sul dorso della moglie. — Amore, ma cos’hai sulla schiena?» E si allungò per scrutarlo meglio.

Gisella ebbe un lieve sussulto e, presa dal panico, tentò di dissuaderlo con l’astuzia.

«Nulla, amore, ho sbattuto contro un mobile stamattina… — E, allungatasi poi sul letto, fece scivolare giù una bretellina del suo completo da notte. — Ma non dirmi che, adesso, vorrai tornare a dormire…» Gisella si infilò lentamente sotto le coperte, e nel giro di poco il marito dimenticò quel livido violaceo.

 

 

Capanne di Marcarolo (nei pressi del monte Tobbio ˗ Appennino Ligure), 6/04/1944

 

Truppe di nazifascisti erano ormai alle loro calcagna.

Amilcare e alcuni dei membri della III Brigata Garibaldi Liguria e della Brigata Autonoma Alessandria correvano come forsennati alla ricerca di un riparo, fino a quando uno di loro non urlò: «Per di qua! Rifugiamoci qui dentro!»

Gli uomini, tutti armati malamente, si accinsero allora a penetrare in quel tetro monastero dimenticato da Dio, con la speranza di non essere stati avvistati dalle forze nemiche. Amilcare esitò un attimo prima di entrarvi; strinse al cuore il suo fucile da caccia, quasi fosse il suo angelo custode. Poi corse dentro.

 

 

Capanne di Marcarolo (Abbazia della Benedicta), 11/04/1944

 

I

I membri della resistenza andavano decimandosi di ora in ora.

Le munizioni erano terminate, le armi si inceppavano e non rimaneva che baciare a terra per ogni attimo di vita concesso ancora loro.

Amilcare fissò, privo di ogni emozione, i cadaveri dei suoi compagni, molti dei quali suoi amici da quando l’Italia era entrata in guerra.

Abbandonandosi poi a ridosso del muro, pensò a Gisella. Erano quattro anni che non aveva sue notizie, eppure il suo cuore non aveva smesso per un attimo di amarla. Il solo pensiero di non poterla rivedere mai più gli raggelava il sangue, e forse era l’unico motivo per il quale non si era ancora gettato dalle mura di quel monastero.

Credere in un ideale non era abbastanza, e in quel mentre il concetto gli fu molto più chiaro.

A distogliere la sua mente da quei pensieri fu un rumore sinistro, somigliante quasi al ronzio di uno sciame d’api, ma molto più amplificato; Amilcare si stava dirigendo verso una finestra quando, nella frazione di un secondo, un bagliore gli accecò la vista, come se il sole fosse caduto ed esploso ai suoi piedi.

 

II

Silenzio.

Un senso di profonda pace era l’unica forza che dominava in quel momento.

Aperti gli occhi, Amilcare iniziò a guardarsi intorno perplesso, ma non vide nessuno dei suoi compagni. Iniziò a incamminarsi lentamente per quello strano luogo, chiedendosi se stesse per caso sognando; mentre avanzava, a ogni suo passo dei piccoli boccioli iniziavano a germogliare.

Assorto da quella magica atmosfera, non si accorse che di fronte a lui, a pochi metri di distanza, vi fosse una donna bruna che gli dava le spalle. Non appena la notò se ne sentì molto attratto, ma in modo diverso da un normale istinto sessuale.

Incuriosito, iniziò a scrutarla con attenzione; nel frattempo s’era levata una brezza leggera, che sollevò di poco la candida chioma di quella sconosciuta.

Dopo pochi attimi, i loro sguardi si incontrarono.

Dal volto cereo, mani affusolate e un corpo angelico, quella donna gli rivolse un sorriso che non poteva essere di questo mondo.

Amilcare s’accasciò al suolo, confuso.

«Gisella…?»

Ella gli si avvicinò un po’, lo prese per una mano e lo invitò a risollevarsi.

«Gi… Gisella? Ma… ma dove sono? E cosa ci fai tu qui?» Il caos iniziava a dominare la sua mente, e uno strano dolore iniziò a bruciargli nel petto, quasi il suo corpo avesse avvertito ancor prima dell’anima di aver perso qualcosa di molto prezioso.

«Amilcare, perdonami.» Il viso della donna si rabbuiò in un istante.

«Di cosa dovrei perdonarti, Gisella? Parlami, non riesco a capirti! — Amilcare colpì il suolo con un pugno, piangendo. — Questo dolore mi sta facendo impazzire! Vuoi dirmi cosa sta succedendo?»

«Amilcare, non ho molto tempo… — La moglie gli sfiorò le mani, e da quel tocco egli si sentì subito rinvigorito. — Voglio chiederti perdono per averti nascosto quel che mi stava accadendo. Permettimi di rimediare a questo dolore che, anche se ora non comprendi, ti sta lacerando il cuore.» La donna portò le mani al petto; d’improvviso le sue dita s’impregnarono di luce. «Tutto quello che posso donarti, Amilcare… è il mio amore. Esso sarà la tua salvezza.» Dopo poco, lo toccò in direzione del cuore e gli infuse la sua luce; il dolore di Amilcare s’attenuò in un istante.

«E adesso, amore mio… corri! Va’ via! Il nemico sta per arrivare!»

Amilcare fissò intensamente gli occhi della sua donna: sentiva che, da quel momento in poi, non li avrebbe mai più rivisti.

Poi, come se la terra si fosse aperta sotto ai suoi piedi, cadde nel vuoto.

 

III

Come un sacco di sabbia che tocca terra dopo esser stato lanciato dall’alto, così Amilcare si sentì scaraventato con violenza al suolo.

Ripresi i sensi, spalancò i suoi occhi all’unisono e, come un pugno nello stomaco, assistette al più orrendo degli spettacoli: cadaveri mutilati, resti umani e macerie.

In preda allo shock, cominciò a tastare convulsamente il volto: non vi era nemmeno l’ombra di un graffio.

Un vociare inferocito udito in lontananza gli bastò per riportarlo subito alla realtà.

«I nazifascisti!» esclamò allarmato; alzatosi di scatto, iniziò a correre a più non posso, lasciandosi alle spalle quel luogo di morte e distruzione.

 

 

Capanne di Marcarolo, 30/10/1945

 

Amilcare si lasciò cadere di peso a terra, stringendo a sé la croce in legno che aveva appositamente costruito per Gisella. I ricordi gli facevano più male di una ferita aperta; forse la morte, in confronto, sarebbe stata più dolce.

Terminata la guerra, il suo primo pensiero fu tornare proprio lì, in quel luogo dove rivide sua moglie per l’ultima volta.

Per amore, solo per amore, Gisella aveva combattuto quella battaglia in silenzio; come lui aveva lottato contro i nazifascisti, lei lo aveva fatto contro la sua malattia.

Ma lui ne era uscito vivo. Lei no.

Conficcò la croce, fra le lacrime, in un cumulo di macerie e ai suoi piedi vi depose il fucile da caccia, che voleva seppellire assieme al suo dolore.

Sulla croce vi era incisa la scritta: “Il mio cuore giace fra queste macerie”.

 

 

Nulla andrà perduto

di questa ferita all’anima.

Più tagliente d’una spada

è un ricordo che fa male.

 

Chiara Cianci

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