L’Eredità dell’Abate Nero


L'arte raccontata nei libri

a cura di Manuela Moschin


“L’Eredità dell’Abate Nero” di Marcello Simoni, un Thriller Storico con un mistero mediceo

Beato Angelico e Cimabue due artisti fiorentini

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro detto Beato Angelico o Fra’ Angelico (Vicchio di Mugello Firenze 1395 ca.- Roma 1455) “La Pala di San Marco” (scomparto centrale 220x227) (1440-1442) Firenze, Museo nazionale di San Marco.
Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro detto Beato Angelico o Fra’ Angelico (Vicchio di Mugello Firenze 1395 ca.- Roma 1455) “La Pala di San Marco” (scomparto centrale 220x227) (1440-1442) Firenze, Museo nazionale di San Marco.

Ho inserito nell’articolo due citazioni dal libro di Marcello Simoni “L’Eredità dell’Abate Nero” in quanto le ho ritenute coinvolgenti e ricche di pathos, esse si riferiscono ad artisti fiorentini molto influenti della scuola pittorica toscana: Beato Angelico e Cimabue.

 

La lettura di questi straordinari romanzi storici, contenenti accenni di opere d’arte, incita il lettore ad approfondire la sua conoscenza in ambito artistico, lo incuriosisce e lo trasporta indietro nel tempo tra lo stupore e l’ammirazione per questi grandi del passato. L’autore, inserendo qualche accenno al patrimonio artistico, ha arricchito il romanzo rendendolo ulteriormente appassionante.

 

Il romanzo storico è ambientato nella Firenze del quattrocento, caratterizzata dalla presenza della famiglia Medici, una delle dinastie più potenti dell’epoca. Essa, infatti, non fu soltanto influente sotto il profilo politico ed economico, ma esercitò anche un radicale rinnovamento architettonico e artistico alla città, favorendo un incremento della cultura artistica e letteraria.

Racconta l’autore Marcello Simoni:

“…Si ricordava anche della pala esposta sull’altare maggiore, tra un fatuo corteo di ceri. Rappresentava una Madonna dalle proporzioni perfette, assisa al cospetto di due santi in ginocchio. Se chiudeva le palpebre, scorgeva ancora il pennello di fra’ Giovanni intento a stendere strati di colore con tocchi delicati. E udiva pure quel suo canticchiare assorto con cui era solito accompagnare i momenti della pittura”.

 

La “Pala di San Marco” dedicata ai Santi Cosma e Damiano, due fratelli guaritori protettori della famiglia Medici, fu dipinta tra il 1438 e il 1443 da Beato Angelico per l’altare maggiore della chiesa conventuale di San Marco a Firenze. L’opera, considerata come la più bella pala d’altare del XV secolo, in origine era composta anche da singole raffigurazioni contenute in alcuni pannelli della predella, attualmente conservati a Firenze, Monaco, Dublino, Parigi e Washington, mentre i santi e i beati che si trovavano sui pilastri laterali sono stati smarriti. 

Tra il XVIII e il XIX secolo, la Pala fu soggetta a un restauro inadeguato che causò gravi danni dovuti a un uso improprio della soda caustica, un’antica tecnica di pulitura che scavava sulla superficie pittorica rimuovendo gli strati superiori del colore distruggendo le velature superficiali e compromettendone la lettura. La pala, pertanto, si deteriorò perdendo gli effetti di luce e di chiaroscuro, una qualità peculiare della pittura dell’artista.

 

La prestigiosa opera fu commissionata dal politico e banchiere Cosimo de Medici, egli amante delle arti, contribuì ad abbellire Firenze, incaricando grandi artisti a costruire edifici religiosi e pubblici allo scopo di dare un segno tangibile di sensibilità culturale.

Essa rappresenta uno dei più antichi esempi di Sacra Conversazione, dove i santi disposti attorno alla Madonna si atteggiano con gesti e sguardi come se stessero conversando, l’espressione dei loro volti accentua il carattere meditativo della scena. Nello spazio antistante al trono, l’artista ha raffigurato San Cosma con lo sguardo rivolto verso l’osservatore, mentre San Damiano l’ha ritratto con il capo scoperto in segno di rispetto. Gli angeli e i santi sono disposti in emiciclo, secondo un assetto rigorosamente prospettico. Oltre ai santi Cosma e Damiano, l’Angelico ha rappresentato altre figure predilette della corte medicea: San Marco, San Lorenzo, San Giovanni evangelista, San Francesco, San Pietro Martire e San Domenico. L’artista, con quest’opera, sarà il precursore di tutte le successive Sacre Conversazioni diventando un prototipo per molti artisti dell’epoca.

Raffaello “Madonna della Rosa ” (ca. 1517) olio su tela, 103 × 84 cm.  Conservato nel Museo Nazionale del Prado a Madrid
Raffaello “Madonna della Rosa ” (ca. 1517) olio su tela, 103 × 84 cm. Conservato nel Museo Nazionale del Prado a Madrid

L’opera, di forma quadrata, possiede una particolarità, infatti, allo scopo di stabilire un colloquio diretto tra la Madonna con il Bambino, i Santi e la Passione di Cristo, se si osserva nella parte bassa del dipinto, appoggiata sul pavimento è stata collocata una tavoletta con il fondo d’oro dove è raffigurata la Crocifissione tra Maria e Giovanni.

 

Sullo sfondo compare un paesaggio fiorentino accentuato da un tramonto rosso vivo, qui il pittore ha inserito una serie di piante simboliche come la palma che secondo il Vangelo di Giovanni (12,13) rimanda all’entrata di Gesù in Gerusalemme preannunciando la Resurrezione dopo la morte; il cipresso e il cedro vengono solitamente associati alla vita spirituale e all’immortalità; i serti di rose, dai tempi antichi erano considerati simbolo dell’amore, indicano la coppa che raccolse il sangue di Cristo. Si può osservare, come esempio, un bellissimo dipinto di Raffaello “Madonna della Rosa” (ca. 1517) olio su tela, 103 × 84 cm. conservato nel Museo Nazionale del Prado a Madrid, dove il pittore ha dipinto una rosa appoggiata su un tavolino in primo piano.

 

Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro detto Beato Angelico o Fra’ Angelico (Vicchio di Mugello Firenze 1395 ca.- Roma 1455) nel 1420, entrò nel convento di San Domenico di Fiesole, dove venne nominato Fra Giovanni. Dal 1446 al 1449, il pittore fu chiamato dal papa Eugenio IV a Roma. Nel 1467 venne definito Angelico, mentre lo storico e umanista fiorentino Cristoforo Landino lo definì Beato nel 1481, l’appellativo gli fu dato, oltre che per la sua condotta morale, anche per la sua maestria nel creare una pittura originale, capace di unificare la tecnica rinascimentale con la tradizione del Gotico Internazionale. A tal proposito Vasari scrisse:

”semplice uomo, e santissimo ne’ suoi costumi, capace di dipingere santi che hanno più aria e somiglianza di Santi, che quelli di qualunque altro”. 

Cimabue (ca. 1240 - ca. 1302) “Maestà” (o Madonna di Santa Trinità) ca. 1285-1286 - Tempera e oro su tavola, 385x223 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi.
Cimabue (ca. 1240 - ca. 1302) “Maestà” (o Madonna di Santa Trinità) ca. 1285-1286 - Tempera e oro su tavola, 385x223 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Racconta ancora l’autore: 

“Bianca era raccolta in preghiera davanti all’altare maggiore, le mani chiuse intorno a un rosario. I suoi occhi color ghiaccio si levavano di tanto in tanto verso la Maestà di Cimabue per incontrare quelli della Vergine in trono, poi tornavano ad abbassarsi”.

 

Il pittore fiorentino Cenni di Pepo, conosciuto come Cimabue, introdusse un sensibile rinnovamento alla pittura italiana legata ancora alla tradizione bizantina. Nell’opera la “Maestà” la rappresentazione della Madonna appartiene ancora all’iconografia bizantina, dove la Vergine in posizione ieratica (nell’uso bizantino il termine significa sacerdotale, sacra e solenne) veniva ritratta frontalmente mentre sta indicando il bambino. La novità consiste nell’uso della prospettiva centrale e del chiaroscuro, in quanto compare un primo accenno di tridimensionalità e profondità, conferendo al dipinto un senso di straordinario rilievo. Cimabue iniziò così a sperimentare forme pittoriche più vicine alla realtà, egli ispirò pittori successivi come Giotto e Duccio di Buoninsegna.

 

La Tavola di Cimabue rappresenta una Madonna con il Bambino assisa in trono assieme ad angeli e a profeti barbati, essi furono disposti nella parte bassa del dipinto allo scopo di accrescerne la definizione volumetrica dove al centro si trovano Abramo e Davide e ai lati Geremia e Isaia. Per quanto concerne il fondo d’oro e le teste degli angeli Cimabue si rifà alla continuazione romanico-bizantina, caratterizzata da una sproporzione nel rappresentare la Madonna più grande rispetto alle altre figure. Ancora innovativo è il chiaroscuro presente sui volti dei personaggi che, a differenza delle precedenti opere di Cimabue, possiedono un carattere fisionomico nell’espressione dei volti. 

Particolare, Cimabue (ca. 1240 - ca. 1302) “Maestà” (o Madonna di Santa Trinità) ca. 1285-1286 - Tempera e oro su tavola, 385x223 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi.
Particolare, Cimabue (ca. 1240 - ca. 1302) “Maestà” (o Madonna di Santa Trinità) ca. 1285-1286 - Tempera e oro su tavola, 385x223 cm. Firenze, Galleria degli Uffizi.

Relativamente alla biografia di Cimabue possediamo soltanto alcune frammentarie notizie, sappiamo che nacque a Firenze intorno al 1240 ma che visitò anche Roma e Assisi, dove affrescò il transetto della chiesa superiore della Basilica di San Francesco e a Pisa dove probabilmente morì nel 1302.

 

Infine riporto un passaggio del romanzo che mi ha ammaliata e commossa:

Tigrinus (personaggio principale): “Mi reputate dunque una cattiva persona?”, ironizzò, nel tentativo di porre fine all’alterco. 

Suor Assunta era troppo amareggiata per lasciarsi blandire. “Dopo anni trascorsi a porre rimedio alla malvagità altrui”, confessò, “non mi reputo così ingenua da credere che un uomo possa essere del tutto buono o cattivo. L’angelo e il diavolo albergano dentro ognuno di noi, e si contendono le nostre anime in un continuo gioco di specchi. Ma tu, mio caro… Tu non sfidi le regole del mondo per cupidigia o debolezza d’animo. Tu lo fai per rabbia!”.

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