#SoloperteGA


Interviste e analisi

a cura di Vincenzo Calò


Carla Strippoli - #SoloperteGA (Nulla die Ed.)

 

Un misto di generi d’intrattenimento comporta la lettura di una storia qualunque, per infondere delle confessioni riprese con la videocamera.

La diretta virtuale si frantuma in venti capitoli, con una sincerità di base su cui l’immaginario fa la propria parte in maniera alquanto spassosa e trasgredendo certi dettami morali.

 

Effettivamente ci si pone dinanzi alla narrazione di un’invenzione; con l’autrice che c’ha messo del suo fino a piangere, gettando parole sui fogli spesso e volentieri quando fuori era buio pesto, domandandosi quale errore c’era da scontare oltre all’infinito sentimento che nutriva per un individuo che pensava ad altro illudendola sul fatto che persistesse un’attrazione reciproca.

La scrittrice in fase di sperimentazione non fa altro che rischiare una vita, un racconto da inoltrare, che ritiene che sia paurosamente retorico senza se né ma, per non dire ridicolo; riflettendosi nella figura di un’ammiratrice incallita, alle dipendenze del proprio mito vivente, contattabile sul web.

 

In questo diario dai minimi particolari e dalle massime origini il tema non si diversifica affatto, i concetti sull’amore vengono ribaditi attivamente per smussare l’esclusiva sulla coscienza in seno a una donna che si getta nello specchio col pericolo di rimbalzarci e mandarsi affanculo; in dotazione di una presenza fisica che si lascia sfaldare dall’inarrivabile.

Trattasi forse di quell’impeccabile invito alla pazzia, da leggere e rileggere all’infinito, a tal punto da sentirsi nella comunicazione consacrati alla faciloneria e stracciarlo, per ricomporlo come se non l’avessi già a portata di mano come di pensiero, o magari confinarlo in un contenitore di brutte copie, lungi dall’intimarle, anche se conviene sempre agevolare l’ascolto di un simile se non di un estraneo senza ruggire virtualmente, con l’immaginario; bensì realmente, per schiarire quantomeno le buone maniere e pretendere saggiamente dell’affetto.

 

L’incomprensione latita, è la verità che attanaglia completamente il lettore che vuol sentire di sapere se l’amore per una persona aderisce a un reimpostabile senso di quiete invece di generare angoscia e per giunta a sproposito, cioè a scapito del valore dell’uguaglianza già di per sé utopico…!

In questa storia, di una persona qualunque, il lettore ha libera facoltà d’inquadrare un procedimento esistenziale irrefrenabile e di certo eccessivo dacché riconducibile alla cattiva stella che una persona da sogno fa brillare fatalmente.

 

La protagonista deve comprendere quale limite ha varcato, che può riguardare l’intelletto (ma in malafede) o l’ingenuità (fagocitando comunque il buonsenso); allo strenuo in ambedue i casi del timore di non essere accettata, pari a quello di venire a capo di qualsiasi emozione… e dunque di una sensibilità che si rivela inopportuna, a differenza dei temerari per l’appunto, di coloro che sembrano polverizzare tutti gli ostacoli.

 

L’immaginario in questo libro può spalancarsi fino a essere soggetti alla censura; tale raccomandazione però precipita nella concezione del sentimento profondamente unilaterale che attende il suo sviluppo assistendo all’esposizione universale dell’assenza di un uomo, della presenza di un personaggio che si libera in un sogno rosato e più forte di qualsiasi marasma virtuale.

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